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PER UN FUTURO DI PACE E DI RICONCILIAZIONE PDF Stampa E-mail
Scritto da P. Gianfranco Testa   

Padre Gianfranco Testa lavora in Colombia nel programma “Perdono e riconciliazione”. In vacanza in Italia, è stato invitato a Roma da Sedos, USG (Unione Superiore Generali) e altri organismi a presentare questa iniziativa che fa già parlare molto di sé.

L’iniziativa del “perdono e riconciliazione”, in poche parole, consiste nel saper trovare il modo di gestire le proprie emozioni, come l’ira, la violenza, la vendetta, per giungere a perdonare. Alla fine, la persona si accorge che “perdonare” è più un regalo per se stessi che per gli altri. A livello psicologico, si vede che si sta meglio, si dorme meglio, si digerisce meglio e migliorano le relazioni con gli altri.

Per chi è credente ci sono poi motivazioni religiose: non c’è un rapporto vero con Dio se non c’è anche un rapporto autentico con gli altri. Non bisogna cadere nell’errore di credere che il perdono consista nell’accettare situazioni inaccettabili, o nel lasciare le cose come stanno: il perdono le vuole cambiare, ma non con l’ira, la violenza, la distruzione dell’altro, quanto piuttosto con il dialogo, e la percezione che l’altro, anche se mi ha offeso, è una persona umana. Quindi, deve essere rispettata e anche capita nelle sue difficoltà.

Di per sé il tema non è nuovo: il perdono e la riconciliazione sono argomenti che la Chiesa porta avanti da 2 mila anni. Anche il filosofo francese Deridda, appena scomparso, ha degli scritti sul perdono. Egli affermava che “bisogna perdonare l’imperdonabile”, perché quello che è perdonabile è già perdonato. Sono temi della vita che entrano nella filosofia, nella psicologia, nella sociologia, ecc. La questione è capire come si può vedere la vita da un parametro meno conflittuale e più sereno.

Probabilmente, ciò che rende interessante la nostra proposta è che si è cercato un metodo. Quindi la novità non sta nel tema quanto nel metodo: come riuscire a trasmettere questi elementi affinché siano capiti e accettati dalla persona? Noi lo facciamo in dieci tappe: ci sembra che questo sia sufficiente per riflettere, sentire, emozionarsi, agire e creare una spiritualità di perdono e di riconciliazione.

Il corso si sviluppa in due fasi dove il perdono viene trattato in cinque giorni e la riconciliazione in quattro. Più che di conferenze si tratta di fare un’esperienza. Sono giornate in cui più che le affermazioni, che già si conoscono, si presenta la pedagogia: aiutare un po’ alla volta ad entrare in una visione nuova, diversa dell’offesa e dell’offensore. Soprattutto, il perdono ha bisogno di tempo: è necessario rivedere le proprie posizioni, rientrare in se stessi per capire come certe offese - non tutte - sono più frutto di una percezione, magari sbagliata, che di un fatto oggettivo.
I corsi sono stati realizzati a molti livelli: nei barrios, ossia nei quartieri più poveri, a livello di comunità religiose, nei seminari, ecc. C’è un’équipe formata da tre psicologi, due padri e una suora. Per i religiosi, normalmente, è sufficiente una persona e va il sottoscritto. Per gruppi più grandi ci serviamo della collaborazione di altri psicologi a noi vicini.

Mano a mano che questa iniziativa viene conosciuta, aumentano le richieste: sono religiosi, gruppi a livello popolare e altri. Idealmente si vorrebbe che chi fa il corso diventi poi promotore di altri corsi, ma non è facile perché non tutte le persone hanno la capacità di lanciarsi in simili iniziative. In ogni caso, cerchiamo di seguire questi gruppi e quando hanno il desiderio di farlo, li accompagniamo in un discorso di approfondimento dei temi trattati o di altri argomenti collegati.

La Fondazione dei “Bambini della guerra - uomini di pace”
L’iniziativa è nata nel 2000 con l’Anno Santo, come segno concreto di consolazione. “Bambini della guerra”, perché sono figli o frutto della guerra. Questi bambini sono scappati dalla violenza dei loro luoghi di origine e ora vivono in città. Sono una quarantina tra le migliaia che vivono la stessa situazione e li abbiamo raccolti in una casa in campagna lontano dalle tensioni e dalla violenza in cui sono vissuti. Vorremmo aiutarli a diventare “uomini di pace”: persone che, crescendo, credano nella pace.

Sono seguiti da una psicologa, una pedagoga, e varie signore che si dedicano ai servizi della casa facendo vita comune con loro. Io vado a visitarli ogni volta che posso portando da mangiare e incontrandomi un po’ con loro.

I ragazzi frequentano le elementari e la scuola secondaria statale. Durante le vacanze tornano a casa. Non vogliamo separarli dalla realtà anche se a volte preferiscono stare da noi piuttosto che andare in famiglia dove magari si fa la fame o c’è tensione. La speranza è che, terminati i loro studi, trovino un lavoro e possano costruire la loro vita credendo fortemente nella possibilità di un mondo diverso, di pace e di fraternità. È un segno piccolo, minino, che qualcosa si può fare.

Pastorale nel barrio
Alla periferia di Bogotá sorgono i barrios di Caracolí e Robles: sono le ultime propaggini della città, delle vere e proprie favelas, abitate da sfollati, provenienti da tutto il Paese, che scappano dalla violenza e dalla guerra. Ma anche qui c’è violenza e morte: in giro si vedono paramilitari e vengono effettuate delle “pulizie sociali” dove i ladri, i drogati e la gente di malaffare sono eliminati senza tante cerimonie.

La miseria è grande, non c’è lavoro e si vive di espedienti. Alcune mamme vanno ai semafori a chiedere l’elemosina, altri vanno ai mercati generali a cercare frutta e verdura guaste, ma che servono ancora… Quanto alla formazione: c’è solo qualche povera scuoletta primaria. Non esistono scuole superiori.

In questo ambiente c’è una chiesa, più che altro una tettoia, dove vado sabato e domenica: mi occupo della catechesi, realizzo incontri con le varie categorie di persone, organizziamo qualche piccola iniziativa come la via crucis di quartiere, ecc. La domenica celebro due messe. Si tratta di una vera situazione ad gentes, pienamente in linea con il nostro carisma missionario.

P. Gianfranco Testa

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