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PROTETTORE ANNUALE PDF Stampa E-mail
Scritto da P. Francesco Pavese   

DUE INCONTRI SPECIALI

Il Cafasso e l’Allamano si sono certamente incontrati una volta sola, a Castelnuovo, quando il Fondatore aveva sei anni. Tra di loro, però, si è creata gradatamente una comunione interiore, che è andata crescendo, fino a raggiungere un’intensità che noi riusciamo solamente ad intravedere.

A parte l’incontro di Castelnuovo, mi piace evidenziare due altri incontri tra l’Allamano e il Cafasso, non più di persona, ma ugualmente molto intensi, che chiamerei “speciali” per il loro significato spirituale. Li presento con le parole del can. N. Baravalle, testimone diretto. Su di essi, ognuno può fare le riflessioni che ritiene più verosimili ed utili.

Un incontro speciale è stato sicuramente quello avvenuto poco prima della beatificazione del Cafasso, in occasione della composizione dei suoi resti mortali nella speciale teca che li contiene ancora oggi e davanti alla quale ci siamo inginocchiati più volte a pregare.
Ecco la testimonianza processuale del can. N. Baravalle, che era presente al fatto: «Si era alla vigilia della grande ed attesa festa della beatificazione del Cafasso. Le sue reliquie erano state racchiuse in una bellissima maschera rivestita di preziosi indumenti sacerdotali, e si stava per farne il solenne trasporto dall’annesso Convitto al Santuario. A questa cerimonia […] la Chiesa dà la massima solennità, concedendo che le reliquie vengano accompagnate col baldacchino e con due incensieri. Presiedeva l’Arcivescovo, cui facevano pure corona parecchi Vescovi.

Il Can. Allamano era il parente più prossimo del Beato, il promotore della Causa, il Superiore del Santuario e del Convitto, e si sarebbe atteso di veder procedere il Servo di Dio in tanta gloria rivestito delle divise canonicali, con posto distinto.
Invece, il Servo di Dio venne con noi del Santuario dietro le sacre Reliquie, colla sola talare, portando la torcia accesa. Era sofferente, commosso ed esultante, ma nulla traspariva della sua santa esultanza. Si trascinava in modo così penoso, che ad un certo punto dovette appoggiarsi alla torcia che portava, ed io ero in pena che venisse meno.
Giunto al Santuario, non ebbe posto distinto: si eclissò, e non ricomparve se non dopo la funzione per ringraziare le personalità intervenute alla funzione. Tale, del resto, era il suo proposito, di nascondersi sempre». Certo, il Fondatore non aveva bisogno di nessun posto speciale. Il suo incontro con il Cafasso si realizzava ad un diverso livello, in un posto che nessun altro aveva ancora occupato.

Un altro incontro speciale tra zio e nipote avvenne nella basilica di S. Pietro, il 3 maggio 1925, giorno della beatificazione. Quello fu un incontro che, in un certo senso, pose definitivamente l’Allamano accanto al Cafasso e glorificò entrambi.
Ecco alcuni tratti di una affettuosa testimonianza del can. N. Baravalle, che si trovava con l’Allamano a Roma: «Il giorno della beatificazione fu per Lui una fatica immane per la sua salute precaria. Pure prese parte alla funzione del mattino e poi del pomeriggio come trasfigurato, senza dimostrare stanchezza né fatica. I suoi occhi guardavano pieni di lacrime la gloria del Cafasso e poi si chinavano in ardente preghiera curandosi poco o nulla della folla e dei dignitari che presenziavano. […]

Non è possibile descrivere la scena della presentazione ufficiale al Santo Padre […], (che) accolse con particolare effusione il can. Allamano […]. Uscito il Santo Padre una turba enorme si accalcò non per vedere uno dei miracolati presenti, ma piuttosto per avvicinare il Nipote del Beato del quale i giornali avevano ripetutamente parlato.
Trasportato da una marea e spinto in tutti i modi Egli sorrideva, benediceva e ringraziava per tante dimostrazioni alle quali non poteva sottrarsi. Nessuno ha goduto come Lui quella giornata […]. Il can. Cappella che era con Lui a mensa coi Superiori maggiori dei Salesiani, era in grande apprensione per la salute del Rettore, perché si nutriva pochissimo e pareva vivere solamente di soddisfazioni spirituali».

In mezzo a quella solennità, dov’era veramente il cuore del nostro Padre? Lo confida lui stesso nella lettera circolare ai missionari e alle missionarie dell’11 maggio 1925: «Non è a dire che vi abbia ricordati tutti in quel solenne momento, in cui venne proclamato il Decreto Papale e venne scoperto il Santo Dipinto. Ho vivamente raccomandato al Beato il nostro Istituto, ed implorato per voi tutti le grazie necessarie ed utili alla vostra maggiore santificazione e per la conversione degli infedeli» (Lett. X, 284). In quel momento, nessuno si era accorto, ma il cuore del Fondatore era con i suoi figli e figlie, in Africa e in Italia.

Leggendo queste parole, dato che siamo nel mese della Madonna, mi viene spontaneo pensare ad un’altra lettera circolare, molto anteriore, scritta dal Fondatore ai missionari del Kenya, dopo le solenni celebrazioni del 1904 per l’ottavo centenario del ritrovamento dell’effigie della Consolata: «Se i chierici vostri confratelli furono giustamente orgogliosi di assumersi in quei giorni la rappresentanza di voi ai piedi della Consolata, io me ne feci un dovere specialissimo. Lasciai in certo modo da parte le altre mie attribuzioni per non ricordare che la mia qualità di padre di questa nuova Famiglia, e come tale vi presentai tutti e ciascuno di voi in particolare, a quella buona Madre, chiedendole insistentemente non tanto l’incremento materiale dell’Istituto, quanto la grazia che continuasse anzi crescesse in voi la volontà e l’impegno di santificare voi stessi, mentre zelate la conversione dei poveri infedeli».
Anche in quella solenne circostanza, nessuno certamente si era accorto di quella fuga spirituale dell’Allamano in Kenya. Alla Consolata ha chiesto la stessa grazia che chiederà al Cafasso 20 anni dopo: che i suoi figli fossero missionari santi.

P. Francesco Pavese
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