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«IO HO L’IDEA DEL CAFASSO» Indubbiamente S. Giuseppe Cafasso è stato uno dei modelli molto valorizzati dall’Allamano nella sua attività formativa, sia al Convitto che nell’Istituto. Certo, se prendiamo in esame la dottrina ascetica del Fondatore, contenuta nelle conferenze e nelle lettere, troviamo che il modello per eccellenza che addita è sempre Gesù. Difficile che parli di una virtù senza che spieghi subito come Gesù l’ha proposta ed esercitata. Però, volendo stabilire una graduatoria non quantitativa, ma qualitativa dei modelli, direi che, dopo Gesù, si trova subito la Madonna e, dopo di lei, una serie di santi, tra i quali il Cafasso ha un posto di privilegio, che cresce col passare del tempo. Per noi è importante capire il perché di questo frequente ricorso del Fondatore allo zio.
Trovo una spiegazione plausibile in quella confidenza fatta dall’Allamano agli allievi, già nel lontano 1906, che è come una sintesi del suo ideale di vita sacerdotale: «I miei anni sono più pochi, ma fossero pur molti, voglio spenderli in fare il bene e farlo bene; io ho l’idea del Ven. D. Cafasso, che il bene bisogna farlo bene e non rumorosamente». Io ho l’idea del Cafasso: il Fondatore si rendeva conto di avere assimilato molti elementi della spiritualità del Cafasso. Nei mesi che verranno, proporrò dei confronti tra il pensiero del Cafasso e quello dell’Allamano su alcuni impegni fondamentali della vita cristiana. Credo che vi troveremo molta rispondenza, precisando, però, che il Fondatore ha una sua identità inconfondibile, che lo distingue da tutti i santi, compreso il Cafasso. Quando lui assume da un altro un punto di dottrina o un suggerimento di vita, poco alla volta lo personalizza, tanto che poi è difficile stabilire ciò che appartiene alla fonte e ciò che è proprio dell’Allamano.
Che poi lo stesso Allamano, nella sua attività di educatore di sacerdoti, abbia valorizzato il Cafasso come modello, è largamente affermato dai testimoni. Riporto il pensiero di uno dei suoi più stretti collaboratori, il Can. G. Cappella, che così depone al processo: «Il Servo di Dio nella direzione del Convitto e nella formazione del Clero cercava di tener vivo in ogni modo lo spirito del Beato Cafasso, che verso il Convitto aveva tante benemerenze. […] Si richiamava sempre agli esempi del suo Beato Zio; ne ricordava le massime, da cui traeva le dovute applicazioni per la formazione dello spirito sacerdotale. Anche nelle conversazioni famigliari, sia coi Sacerdoti addetti al Santuario, sia coi Convittori, soleva portare il discorso sulla vita e sulle opere del suo Santo Antecessore e congiunto. Anche a tavola sapeva portare il discorso sul Beato, tanto che io posso affermare di averne appresa tutta la vita dal suo racconto».
Gli stessi convittori si erano resi conto che il Cafasso veniva proposto dall’Allamano come un modello di prim’ordine. Afferma don A. Bertolo: «Nel convitto sotto il suo Rettorato aleggiava lo spirito del Beato Cafasso». Anche i convittori esterni avevano la stessa impressione. Attesta don G. Bechis: «Alla vigilia di Natale dell’anno 1905 accolse tutti noi esterni […] e mi ricordo che ai nostri auguri di Buon Natale Egli ci rispose, ringraziando non solo, ma raccomandandoci, sull’esempio del suo Beato Zio Cafasso, la devota celebrazione della S. Messa». E termina la testimonianza con questo giudizio lusinghiero: «Il Canonico Allamano era uno dei primi discepoli, non solo, del Beato suo Zio il Cafasso, ma anche uno di quei (sacerdoti) […], ove lo spirito del Beato Cafasso riviveva immutato e perfetto». Il p. Gallea afferma: «Nella sua mansione di Rettore del Convitto, cercò di far rivivere lo spirito ed il metodo del suo zio S. Giuseppe Cafasso».
Oltre al fatto che il Cafasso era per l’Allamano un modello elevato, ma anche facile da seguire per i sacerdoti, c’è un’altra ragione importante, secondo Mons. F. Perlo, che spiega il perché della sua insistenza sul Cafasso. Nella deposizione al processo, dopo aver affermato, in accordo con gli altri testimoni, che «Fu sua cura costante di conservare lo spirito del Beato Cafasso», Mons. F. Perlo continua: «aggiungo che l’opera per il Beato Cafasso da lui svolta, aveva anche il compito di combattere e contrastare l’eresia giansenistica che tanto male aveva fatto nella vicina Francia, con minaccia di invadere il Piemonte». Credo che l’obiettivo dell’Allamano di tornare all’insegnamento della morale meno rigida di S. Alfonso, già insegnata dal Cafasso, si possa facilmente leggere tra le righe della lettera che ha scritto a Mons. Gastaldi, il 24 giugno 1882, per chiedere il ritorno del Convitto alla Consolata.
Nell’Istituto era accolto con favore il metodo del Fondatore di educare i suoi missionari, valorizzando lo spirito del Cafasso. Il P. G. Gallea, che è cresciuto in quel clima, ha affermato che per capire il concetto che l’Allamano aveva del sacerdozio e come intendeva educare i suoi missionari, «bisognerebbe leggere quello che S. Giuseppe Cafasso predicava negli esercizi spirituali al clero». Ed ecco come ha concluso: «Il Servo di Dio, pervaso totalmente dello spirito del suo Santo Zio, e, come lui, fatto per essere educatore del clero, sentiva profondamente la sua vocazione di dare origine ad una istituzione che facesse vivere in tutta la sua interezza l’ideale del Sacerdote, chiamato dal Cafasso: “raggio vivente della divinità su questa terra”».
Conferma di tutto ciò sono le parole del Fondatore, scritte dopo la beatificazione del Cafasso: «Egli è pure nostro speciale Protettore e come dite “vostro Zio”, e come tale lo dovete onorare ed imitare. […] Io penso con ciò di avervi procurato un gran mezzo di perfezione, e di avere in parte compiuta la mia Missione a vostro riguardo». Il Cafasso, per volontà dell’Allamano, è stato così dichiarato non solo protettore, ma anche modello dei Missionari e delle Missionarie della Consolata. P. Francesco Pavese Postulatore Generale
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