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PROTETTORE ANNUALE PDF Stampa E-mail
Scritto da P. Francsco Pavese   

«CHI SALVERÀ PIÙ ANIME?»

L’interrogativo: “Chi salverà più anime” è del Cafasso e anche dell’Allamano. Il vocabolario è quello del loro tempo, ma il suo contenuto è evidente e più che mai valido. Così come suona, entrambi lo hanno pronunciato con convinzione: il Cafasso, durante la meditazione conclusiva degli esercizi spirituali ai sacerdoti; l’Allamano, in un allegro incontro con gli allievi a Rivoli.

Prima di ascoltare le loro parole, è conveniente ricordare che la spiritualità del Cafasso e quella dell’Allamano erano di tipo attivo. Essi erano apostoli in contatto con la gente, impegnati in molte e importanti opere, tanto da suscitare ammirazione, come lo stesso Fondatore ha dovuto riconoscere. Tuttavia, non si sono lasciati soverchiare dall’attivismo ed hanno saputo armonizzare, in modo spontaneo ed integrale, la contemplazione con l’azione, la preghiera con il lavoro.

È sintomatico che uno degli ultimi ricordi del Cafasso rilasciati ai sacerdoti al termine degli esercizi spirituali riguardi proprio l’impegno per la salvezza eterna dell’uomo. Ecco le sue parole: «E chi di noi, fratelli, siamo qui un certo numero, chi di noi salverà più anime, chi di noi in paradiso avrà una maggior corona d’anime da noi salvate, ecco finalmente l’ultimo pensiero con cui finiremo. Chi sarà? Né io, né voi al momento possiamo saperlo, ma il desiderio di salvarne molte, l’impegno di poter esser quel tale lo possiamo avere tutti […] Anime adunque, fratelli, anime, pel cielo. Datemi anime, o Signore andava ripetendo S. Francesco di Sales, anime o Signore, se volete che io provi un po’ di contento in questo mondo. […] Sia che preghi un Ecclesiastico, sia che studi, sia che lavori, questa deve essere la sua mira, il suo oggetto: anime e non altro».

Il discorso sulla salvezza delle anime come obiettivo del ministero sacerdotale il Cafasso l’ha fatto anche in altri contesti. Ne riporto uno, desumendolo dall’istruzione intitolata “Conforti e consolazioni del sacerdote”. Una consolazione per il sacerdote è lavorare per la gloria di Dio: «Il suo pensiero, la sua occupazione, il suo affare è questo: procurare, aumentare, dilatare la gloria del Signore sulla terra; strappare le anime dall’inferno e radunar gente per il Cielo; sforzarsi continuamente per risparmiar qualche offesa al suo Signore e far sì che vi sia qualche peccato di meno in questo mondo». Ed ecco la conclusione: «Anime e peccati, ecco tutta la conclusione, tutto il termine del mio dire; anime e peccati, ecco i due anelli tra cui racchiudo quanto sono andato dicendo in questi giorni. Dammi anime, o Signore, diciamo con quell’apostolo di carità, S. Francesco di Sales, dammi anime da salvare. Dammi peccati da combattere, da sterminare».

Sicuramente tra l’Allamano e lo zio si scorge una grande sintonia su questo terreno, addirittura nel modo di porgere i pensieri. Così pensava l’Allamano: «Il Ven. Cafasso: “Lavoriamo, diceva, ci riposeremo in Paradiso”: Le stimava Egli le anime! Aveva lo zelo che proviene dalla sete delle anime».
Come il Cafasso, anche il Fondatore rivolge la stessa domanda sulla salvezza delle anime, non ai sacerdoti, ma ad un bambino, secondo una curioso racconto di P. L. Sales alle suore. Ascoltiamolo: «Quando eravamo chierici, tutte le settimane facevamo la passeggiata a Rivoli, e giunti alla villa ci mettevamo seduti sulle panche a semicerchio intorno al Can. Allamano che ci intratteneva con pensieri spirituali. Era ricchissimo di pensieri. Quella volta, c’era anche la signora Rosanna, benefattrice dell’Istituto, e il Padre la fece sedere accanto a lui, e noi chierici tutti insieme. Questa signora aveva un bambino come quelli della vostra scuola materna, e il Can. Allamano gli dice: “Senti, fammi un po’ passare tutti e indicami quello che salverà più anime”».

La dizione “salvare le anime”, sulla bocca del Fondatore, trova alcune variazioni efficaci, come: ”convertire le anime”, “santificare le anime”, “mandare in paradiso le anime”. Per lui si tratta ovviamente di «Salvare quelle anime che nessuno vuol salvare, a cui nessuno pensa», cioè le anime degli “infedeli”.

Merita notare questa dimensione missionaria che il Fondatore ha saputo abitualmente imprimere alle sue parole, perché fa parte della sua identità più profonda di padre di missionari. Per esempio: «Solamente facendo voi santi e grandi santi, potrete ottenere il secondo fine del nostro Istituto: salvare, salvare molte anime infedeli»; «L’Istituto confida molto nelle vocazioni di sacerdoti, (che) vedendo più che sufficiente il loro numero per la cura delle anime nei nostri paesi, pel desiderio di salvare maggiori anime, per cui si sono fatti sacerdoti, generosamente sacrificano […] una già acquistata posizione per correre a salvare tante anime che ancora giacciono nelle tenebre dell’infedeltà, per cui N.S. Gesù Cristo è pure morto». «Questo è lo scopo del sacerdote e del missionario: zelare la gloria di Dio colla salute delle anime».

In questo contesto è logico ricordare l’abbondante ricorso dell’Allamano alla celebre frase di S. Francesco di Sales, che pure il Cafasso conosce bene: “Dammi anime, togli il resto”, che gli serve per spiegare la necessità che un missionario senta la “sete delle anime”. Così esortava i Padri G. Aimo-Boot e G. B. Rolfo in partenza per le missioni, il 3 dicembre 1908, festa di S. Francesco Zaverio: «Ecco, miei cari, la sete che dovete avere di anime. Dite anche voi con un altro San Francesco: da mihi animas, coetera tolle: anime, Signore, e nient’altro».

P. Francsco Pavese
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